Un giorno in Afghanistan

Un giorno nel distretto di Bakwa, a sud di Herat, Afghanistan, i nostri soldati impegnati in attività di pattuglia assieme all’esercito afghano. Un gruppo di talebani inizia a sparare, i nostri reagiscono, quattro rimangono feriti, “ma non rischiano la vita”, dicono le prime ricostruzioni, e invece poi uno è morto nell’ospedale di Farah. E’ il caporale Tiziano Chierotti, di Sanremo, un alpino, come i suoi compagni: faceva parte della Task Force South East, una di quei team creati per la ricostruzione del paese che operano assieme agli afghani.
5 AGO 20
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Un giorno nel distretto di Bakwa, a sud di Herat, Afghanistan, i nostri soldati impegnati in attività di pattuglia assieme all’esercito afghano. Un gruppo di talebani inizia a sparare, i nostri reagiscono, quattro rimangono feriti, “ma non rischiano la vita”, dicono le prime ricostruzioni, e invece poi uno è morto nell’ospedale di Farah. E’ il caporale Tiziano Chierotti, di Sanremo, un alpino, come i suoi compagni: faceva parte della Task Force South East, una di quei team creati per la ricostruzione del paese che operano assieme agli afghani. Ma uscire in pattuglia è pericoloso, perché i talebani avanzano, se vengono ricacciati indietro si riorganizzano e riattaccano, sanno di avere il tempo a loro favore, perché tra poco gli occidentali invasori non ci saranno più, resterà l’esercito afghano, che non fa poi così paura. Anzi, a volte fa più paura a noi occidentali invasori, che lo addestriamo e poi – è accaduto ancora ieri – ci ritroviamo attaccati da qualcuno che s’è preso quell’uniforme “amica” per ammazzarci. La massima confusione, la massima insicurezza, soprattutto se si butta un occhio più in là, a quando il ritiro sarà completo, e noi occidentali invasori ci saremo ripuliti la coscienza con l’acqua fresca del consenso pubblico, ma l’Afghanistan sarà diviso e ingovernabile e “rogue”, terribilmente simile a come lo avevamo trovato, nel 2001.
I reportage dei grandi giornalisti americani raccontano che le facce che si incontrano oggi, fuori dal compound di Kabul, assomigliano a quelle che c’erano prima che tutto cominciasse. Molti leader di allora sono morti, ma ci sono i figli o i parenti, gli stessi tratti, lo stesso revanchismo, la stessa volontà di potenza. Il sottotitolo è: è stato tutto inutile. Ma c’è molto di ingiusto e di falso nel dire che dieci anni di guerra sono stati sprecati, soprattutto nel giorno in cui un nostro soldato cade. La guerra era necessaria e se oggi nessuno si sognerebbe più quel “surge” che è stato approvato soltanto due anni fa – sembra un secolo – non significa che la missione non è servita. Semmai andava portata a termine, senza l’ansia di ritirarsi per risparmiare soldi e risparmiare accuse, la schiavitù del consenso che tanto male fa alla chiarezza morale della guerra al terrore.